Uno spazio industriale consacrato all’arte contemporanea. Incontro con Sara Piccinini

In attesa di celebrare il ventennale del Max Mara Art Prize con una mostra a Firenze a Palazzo Strozzi, Sara Piccinini ci ha raccontato la Collezione Maramotti che dirige a Reggio Emilia. Nella prima parte di questo colloquio partiamo dagli spazi che ospitano le opere e nella seconda parte, di prossima pubblicazione, parleremo dei progetti e delle collaborazioni dell’immediato futuro.

Come è nata l’idea di trasformare il primo stabilimento Max Mara in uno spazio espositivo per la Collezione Maramotti? Quali sono state le sfide di questa riconversione?

 

Achille Maramotti, fondatore di Max Mara e primo collezionista della famiglia, aveva coltivato il desiderio di aprire uno spazio aperto al pubblico per la sua raccolta d’arte contemporanea fin dagli anni Settanta, ma senza trovare uno spazio adeguato a Reggio Emilia – luogo in cui tutto trova le sue radici: la storia personale, professionale, e collezionistica della famiglia. Quando l’azienda si amplia e si sposta in un nuovo headquarter nella zona nord della città, nei primi anni Duemila, l’edificio industriale storico evolve organicamente nella sede ideale per la Collezione Maramotti, pur mantenendo inalterati molti dei suoi tratti architettonici originali. L’edificio era stato concepito negli anni Cinquanta dagli allora giovani architetti Antonio Pastorini ed Eugenio Salvarani come struttura adattabile a diversi scopi, in cui la flessibilità fosse massimizzata; e in effetti, nei decenni successivi, ha assolto funzioni diverse senza subire grandi modifiche (fatto salvo un ampliamento negli anni Sessanta), passando da stabilimento industriale, a sede di uffici e di rappresentanza, fino ad articolarsi come spazio espositivo, denso di memoria e di stratificazioni.

Andrew Hapgood, l’architetto britannico che si è occupato della conversione tra il 2003 e il 2007, ha rispettosamente preservato il carattere radicale ed essenziale dell’edificio, valorizzandone la struttura, scandita da moduli di travi e pilastri in cemento armato e da ampie vetrate perimetrali (con la presenza di frangisole, già in essere negli anni Settanta) e lucernari, che consentono una fruttuosa commistione di luce naturale e artificiale negli interni. Ma anche molti dettagli sono stati scrupolosamente conservati. I pavimenti sono ancora costituiti dalle marmette originali, su cui sono ben visibili tracce e segni impressi dai macchinari tessili e dagli arredi – potremmo definirle delle “delocazioni” involontarie, in omaggio a uno degli artisti più rappresentati in Collezione, Claudio Parmiggiani.

Anche la Pattern Room è ancora presente: era lo spazio in cui i nuovi modelli di moda prendevano forma, e dove oggi sono presentati molti progetti artistici specificamente concepiti per la Collezione.

Nell’ottica della creazione di un luogo aperto al pubblico e della fruizione delle opere d’arte nel nuovo contesto, Hapgood ha poi introdotto alcuni nuovi elementi. L’orientamento dell’ingresso principale è stato ruotato di 90°, modificando la percezione dell’edificio in questa area, periferica e commerciale, della città. A piano terra, un “taglio” parallelo a via Fratelli Cervi (la via Emilia in questo tratto) segna ampie entrate sulle facciate est e ovest, proiettando il visitatore al centro della galleria, dove si articolano la reception, le sale per le mostre temporanee, la biblioteca e gli uffici. È stato anche aperto un ampio cavedio a doppia altezza al centro del corpo di fabbrica per ospitare un’opera iconica, al contempo leggerissima e monumentale, di Claudio Parmiggiani.

Quali sono state le principali soluzioni tecniche nell’allestimento di uno spazio che nasce come stabilimento industriale?

 

Il primo e il secondo piano sono dedicati all’esposizione permanente, mentre a piano terra sono presenti tre sale, di diverse tipologie e metrature, utilizzate per i progetti e le mostre temporanee. Il terzo piano, anni fa anche adibito a mostre temporanee, è dal 2015 studio del collettivo artistico Atelier dell’Errore.

L’edificio, pur nascendo con una destinazione d’uso molto diversa, si è rivelato estremamente adatto alla funzione attuale. Hapgood ha creato una successione di 42 sale che accolgono oltre 200 opere in permanenza, dal 1946 al 2019, e due ampi open space, in cui sono esposte perlopiù sculture e installazioni, anche di grandi dimensioni. Neon a soffitto di matrice industriale sono alla base di tutto l’impianto illuminotecnico, coadiuvati, dove opportuno, da faretti. Ovviamente sono stati predisposti idonei impianti di condizionamento e riscaldamento (tubi e diffusori lineari di ventilazione) e per la rilevazione di temperatura e umidità, al fine di mantenere condizioni interne ottimali per la conservazione delle opere, e poterle tenere sotto controllo.

Mentre le mostre temporanee sono ad accesso libero negli orari di apertura della Collezione, la sezione permanente si visita solo su prenotazione, una visita accompagnata di circa due ore, riservata a un massimo di 25 persone per volta. Tutto è completamente gratuito. Se per le mostre sono disponibili materiali di approfondimento per i visitatori (video, testi, libri, in alcuni casi podcast), le informazioni scritte lungo il percorso permanente sono poche ed essenziali, ma la visita è appunto sempre accompagnata da una persona del team – una visita che non è standard, ma tende a sintonizzarsi sulle diverse tipologie e necessità dei visitatori, per consentire una scoperta e un’esperienza personali. A partire dal 2021 abbiamo aggiunto alcuni codici QR nel percorso, in modo che, chi desidera, possa esplorare alcuni artisti o singoli lavori attraverso brevi approfondimenti digitali.

Le mostre che presentiamo sono perlopiù progetti specificamente concepiti per la Collezione e i nostri spazi, su invito diretto ad artisti italiani e internazionali, perlopiù emergenti o poco conosciuti in Italia. Cerchiamo di portare l’artista al centro anche di tutto ciò che ruota intorno al suo progetto, inclusi gli allestimenti.

A livello operativo, oltre a preziosi collaboratori di lungo corso sul territorio, come Cooperativa La Giovane e Montanari Luigi srl (ad esempio per la movimentazione di casse e materiali, la realizzazione di opere murarie più o meno complesse), fin dall’inizio abbiamo lavorato sugli allestimenti con AttitudineForma di Torino: il loro know-how tecnico e la profonda esperienza di cooperazione con gli artisti sono un apporto prezioso nella buona riuscita della “messa in opera”.

 

To be continued

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