La Camera Picta è uno spazio unico, che offre al visitatore un’esperienza quasi immersiva e forse proprio per questa ragione è uno spazio complesso con il quale lavorare, quasi una sfida soprattutto dal punto di vista illuminotecnico. Quali sono stati i suoi obiettivi curatoriali, le sfide tecniche che ha dovuto affrontare e le soluzioni che lei ha indicato al light designer Francesco Murano all’inizio di questo progetto?
La Camera Picta è uno spazio estremamente complesso da illuminare, poiché non di enormi dimensioni, interamente affrescato e costruito secondo una logica di luce apparentemente contraddittoria e incoerente, ma con alcuni punti fermi, legati alle fonti di luce naturale. Le “linee guida” del progetto tengono in considerazione le specificità dell’ambiente, l’illusione delle fonti di luce (naturali e artificiali) che Mantegna volle probabilmente simulare, l’idea di luce diretta e indiretta che l’artista mise in campo e soprattutto la necessità di intervenire in punta di piedi, sussurrando, ossia nascondendo il più possibile l’intervento, che non dovrà interferire con la straordinaria qualità delle decorazioni murali e con la percezione complessiva dell’ambiente.
Vorremmo quindi chiederle come è nata la collaborazione con Francesco Murano e i principali step di questo percorso.
Conosco Francesco Murano da diversi anni: dal 2018, quando curò l’illuminazione di una mostra realizzata nel Cenacolo Vinciano a Milano, con i disegni preparatori di Leonardo da Vinci, in prestito dalla Corona inglese. Ho poi avuto occasione di collaborare con lui due anni fa, per la nuova illuminazione dell’Appartamento Ducale nel Palazzo dei Gonzaga di Mantova; rimango ancora piacevolmente sorpreso, ogni volta che lo attraverso, dalle scelte progettuali e dall’esecuzione del lavoro. Il progetto per le nuove luci della Camera Picta nasce da un bando di sponsorizzazione avviato da Palazzo Ducale, al quale Murano ha risposto. Tra le candidature, la sua ci è parsa la più completa e rispettosa, ma anche quella che aveva maggiormente riflettuto sugli stimoli e sui problemi indicati dal bando. Sono sicuro, del resto, che la stessa capacità di dialogo e la delicatezza di tocco accompagneranno il progetto fino alla sua completa realizzazione, che potrebbe essere accompagnata da riflessioni e dubbi in fase esecutiva e che sarà presentata al pubblico, salvo sorprese, l’11 aprile di quest’anno.
A questo proposito con quali aziende state collaborando per la realizzazione dell’illuminazione della Camera Picta e quali sono le caratteristiche principali dei sistemi illuminanti scelti per questo progetto?
L’attuale intervento vede la partnership di Gigi Events, un service luci specializzato in illuminazione di opere d’arte che, unico in Italia, si dedica da anni esclusivamente a questo settore. La società, che segue da tempo i progetti di Francesco Murano, ha messo a punto, insieme all’illuminotecnico, speciali apparecchi che utilizzeranno degli specchi per indirizzare il fascio di luce sulle figure e sul soffitto della Camera degli Sposi.




Oggi, lavorare con la luce all’interno delle istituzioni museali significa pensare al tema del “care”: alla cura delle opere, alla cura degli spazi e alla cura del visitatore. Quali sono le sue considerazioni su questo argomento anche attraverso la sua esperienza come curatore?
L’evoluzione tecnologica permette oggi di far convivere molto meglio di anni fa le diverse “istanze”: tutelare l’opera d’arte e renderla perfettamente apprezzabile. La luce è una componente di un allestimento museale fondamentale e spesso maltrattata o travisata, che richiede specialisti del settore e cura del dettaglio. Non credo ci siano regole: ogni singolo ambiente, ogni singola opera richiede uno studio specifico. Non si può partire dal corpo illuminante, bisogna partire dalle opere e trovare per esse i prodotti migliori, le soluzioni migliori.
Adesso entrando un po’ più all’interno del suo lavoro. L’intervento all’interno della Camera Picta fa parte di una serie più ampia di lavori di rinnovamento, durante i quali il Palazzo Ducale di Mantova rimarrà sempre aperto al pubblico. Un’altra sfida direi davvero impressionante. Oltre alla progettazione e alla gestione degli spazi, quanto è diventato importante nel suo lavoro l’organizzazione del tempo?
Il tempo è nemico e tiranno, soprattutto se si ha la pretesa di mandare avanti una dozzina di cantieri senza chiudere il Museo. Alle interferenze, ai disagi per il pubblico, si aggiungono le tempistiche degli appalti. Le scadenze possono essere lo sprone a lavorare, a rimboccarsi le maniche, ma a volte non aiutano a raggiungere i risultati migliori. Come sempre, i Romani seppero sintetizzare i due lati della medaglia, ma oggi sembra prevalere il motto Sero venientibus ossa. Difficile trovare la mediazione giusta, difficile rispettare le tempistiche di finanziamenti come il PNRR, salvaguardando la qualità e spendendo nel modo migliore i soldi pubblici. Ci si prova.
Il Palazzo Ducale di Mantova è ora un grande cantiere, che durerà ancora almeno per un paio d’anni, poi forse i lavori saranno meno diffusi e capillari.
Infine, non possiamo dimenticare e quindi dare conto che Lei sta affrontando anche un’importante sfida a professionale a Parma. Vuole parlarcene almeno per linee generali e, se possibile, conoscere quali sono i prossimi obiettivi?
Da oltre un anno sono impegnato “ad interim” nella città che fu dei Farnese; tra loro e i Gonzaga non corse buon sangue, ma oggi questa duplice esperienza mi è molto utile per valutare e bilanciare procedure e problemi, per imparare di qua e di là, per cercare di travasare le esperienze migliori. A Parma, nello straordinario Complesso monumentale della Pilotta, siamo ora particolarmente impegnati nell’avvio di grossi progetti che riguardano l’accessibilità: ascensore, collegamenti, abbattimento delle barriere architettoniche. Devo quindi anteporre alla mia formazione di storico dell’arte pazienza, ascolto, buon senso (spero) e un po’ d’esperienza. Quella oramai non manca: lavoro da trentun anni nel campo dei beni culturali, prima come restauratore, poi come storico dell’arte, e ho avuto la fortuna di lavorare fianco a fianco con tantissime professionalità, tenendo sempre le orecchie aperte.